13/12/2009
Incpit 1.4
Il cinema aveva il tutto esaurito per quell’evento di prima mondiale. Essi scelsero due ultimi posti di una fila centrale. Lui come al solito era vestito in modo sobrio, jeans e maglietta scura ; Lei quella sera indossava una gonna dalla trama vagamente scozzese che cadeva sul ginocchio, una maglietta attillata bordeaux, collant doppi scuri e stivali bassi. Lungo il girocollo a lupetto scorreva l’argento di una collanina che sorreggeva una targhetta minuscola, presente lì dal battesimo della sua portatrice.
In sala calò il buio. L’aria sapeva di popcorn e agrodolce, forse per via delle salse messicane che abbondavano nelle vaschette di plastica degli spettatori mangiatori di tortillas. Le poltroncine erano comode, ella vi affondò con piacere la bassa schiena. Per l’ultima volta Lui si sistemò il jeans, che da seduto lo stringeva all’altezza del cavallo, poi i consigli d’attualità finirono e con un boato di bassi il film cominciò.
A quell’ora il paesino di Ovindoli nascondeva la propria faccia sotto la coltre nevosa posatasi fino a qualche minuto prima. Un binario di neve schiacciata, marcato da catene per pneumatici, si perdeva inghiottito dagli angoli delle case. Da una corta tettoia para sole che, vecchia e malandata, si regge a malapena sulla cornice di una porta di una casetta sperduta nei vicoli del paesino, cadde un ciuffo di neve , infrangendosi sul parabrezza di un furgoncino che proprio in quel momento stava arrestandosi in quel posto.
Ne scese un uomo alto, bruno, avvolto in un vecchio giubbotto foderato di pelliccia. Questo si recò dietro la vettura aprendone il cofano, dal quale estrasse un borsone caldo e pesante, anche se a vederlo in mano sua non sembrava.
L’uomo sbattè vigorosamente le nocche sul legno della porta, e cadde dell’altra neve , sulle spalle del giubbotto.
La porta si aprì lasciando fuggire verso l’esterno una moscia nuvola di vapore caldo dall’odore vago di lenticchie e muffa; un sorriso accolse l’uomo, il quale strinse con le sue mani tozze il manico del borsone e lo trasportò dentro, facendo sì che la porta si richiudesse dietro di lui.
Nel Cinema di Praja a Mare, il lenzuolo veniva colorato ad ogni istante da scene di pathos e panico. La trama vedeva il Mondo al centro di una catastrofe, e le peripezie di varie persone che scappavano con ogni mezzo senza meta, come i topi a bordo del Titanic. Per qualche topo però la strada verso la salvezza sembrava essere illuminata da topi più grandi, al prezzo di tonnellate di formaggio, costo che non tutti i ratti avrebbero potuto permettersi. Ciò ovviamente poteva sollevare qualche interrogativo nella mente degli spettatori.
E’ giusto che vi siano dei topi superiori che detengano delle verità celate al resto della popolazione, e ne amministrino le sorti? Esistono fenomeni di isteria di gruppo che possono trascinare nuclei di individui verso comportamenti autodistruttivi e dannosi verso la propria stessa specie, provocabili da shock.
Quando si diffuse la peste bubbonica la conoscenza, e lo sconvolgimento che ne derivava, della propria inevitabile sorte spingeva gli appestati ad una trasformazione nei propri costumi, esagerando comportamenti oltre il civile. Gli ammalati avevano breve vita e per evitare contagi venivano isolati in zone al di fuori della città per essere poi abbandonati; in quelle zone si consumavano orge e litigi, furti e soprusi, tradimenti e baccanalità , il Thanatos e l’eros uscivano dai corpi dei bubbonici e si mescolavano con l’aria malsana di quei posti.
I fotogrammi si susseguono incessanti mostrando la possibilità di salvezza limitata alle risorse in possesso dei topi superiori, che restringe dunque la disponibilità ad un numero ristretto di fortunati.
Come in una sfera di Van Der Graaff, quelle palle di vetro riempite di gas ionizzato con al centro una sferetta sulla quale si accumulano cariche pronte ad essere scaricate mediante piccoli lampi continui contro la superficie esterna in vetro, sulla quale poggia il dito di qualcuno, così nella mente di Lui si fa strada il lampo di un pensiero associativo. La vicenda gli ricorda un aneddoto della Bibbia cristiana, il diluvio universale. Un tale a conoscenza di una verità superiore a proposito di una imminente catastrofe, concentra tutte le proprie energie nella costruzione di un’arca , recando al suo interno coppie di animali eterosessuali per ogni specie e la propria famiglia. Quali siano i criteri di scelta delle coppie non si sa. Il criterio di scelta per i superstiti umani si può immaginare presto. Chiunque preferirebbe portare in salvo i propri cari da ogni male, essi sono punti di riferimento del proprio mondo, della propria realtà, ma nel caso di una responsabilità che investa tutto il genere umano, ciò non può essere vero.
Vi fosse mai il pericolo di una catastrofe di enormi dimensioni, chiunque avrebbe diritto di sapere e proteggere la propria vita con i mezzi che può. L’arca della salvezza del genere umano dovrebbe essere composta in ogni trave dalle capacità di ognuno di mettersi a disposizione della società, unendo tutti in un solido vincolo civile e morale. E’ ovvio che ciò non sia vero per tutti, ed è per ciò che dovrebbe esistere una vigilanza a favore dell’opera di salvezza comune. La questione investe materia di Diritto, e si fa sempre più astrusa man mano che si prendono in considerazione più aspetti della realtà. La dichiarazione di questo limite riporta gli occhi di Lui sul tendone di proiezione del cinema, giusto in tempo per vedere alcune delle scene più spettacolari.
Uno squarcio si apre nel cuore di una città, facendo cedere un grattacielo che si spezza in due precipitando verso una cresta d’asfalto sollevatasi di prepotenza, mentre un’auto impenna su ciò che resta di linee di corsia e mobili che precipitano dalle finestre del grattacielo in caduta. In un secondo la trance del film viene interrotta da un brivido che punzecchia gli addominali di Lui, merito di una carezza di Lei nel suo interno coscia.
Lui gradisce il gesto di complicità e vi partecipa stendendo il proprio braccio sullo schienale della poltrona dove Lei siede. Quest’ultima allunga il collo verso il ragazzo e poggia la testa sulla sua spalla. L’odore di popcorn si è diradato, lasciando spazio ai vapori dei rutti al gusto di cola che si libravano dalle bocche dei ragazzini sparsi in sala. Lei gli bacia il collo e lui le avvolge il braccio sulle spalle, recintandola. Lei continua ad accarezzare l’interno coscia con movimenti circolari, e Lui le dà un bacio sulla fronte.
La visione del film si sussegue condita di tenerezza. Al termine, le luci si riaccendono e la trance si spezza per il resto della sala, che un po’ insoddisfatta dalla trama poco coinvolgente, si rialza e si porta verso l’uscita, calpestando pezzi di tortillas caduti dalle vaschette degli spettatori e intingendo le suole nelle gocce di thè al limone gocciolato sul pavimento.
“ Bel film, vero?” Chiese Lui. “Non male” Rispose Lei. “Facciamo un giro, va” e si diressero all’auto.
In un’ampia casetta, situata nella pancia del paese di Ovindoli, un omone alto e bruno posa con moderata violenza un borsone su un banco e lo apre dinanzi agli occhi impazienti di una coppia di persone che sta intorno a quel banco.
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10/12/2009
Incipit 1.3
Incipit 1.3
Un fiocco di neve faticò a scendere dal cielo e fiacco si posò sul marciapiede freddo di Ovindoli. Un corvo saltò giù d’un ramo attratto dal bagliore e svolazzò fino al marciapiede, laddove beccò la perlacea goccia brinosa, stringendo nel becco nulla più di una goccia d’acqua.
Si poteva udire a quell’ora il fragore del cicaleccio delle persone di ritorno dalle piste sciistiche coperto a malapena dal suono acuto delle campanelline natalizie che ornavano le porte degli esercizi commerciali e venivano di continuo agitate dal via vai di compratori.
Degli stivali scalpitanti affondavano nel nevischio gelato che copriva per qualche centimetro la superficie in ciottolato della piazza principale, questi erano indossati da un uomo di bassa statura che recava in mano un borsone pesante, che da lontano sarebbe parso addirittura più grande dell’omino stesso.
Giunto all’angolo superiore della piazza, l’uomo si arrestò, in meno di qualche secondo lo raggiunse un vecchio furgoncino, simile a quelli che trasportano la posta locale. “Questa la manda Fagioloni”, disse l’omino porgendo il borsone all’uomo che scese dalla vettura. Quest’ultimo, senza proferire parola, risalì sul furgoncino ed abbandonò presto la piazza, lasciando dietro di sé un odore di benzina combusta.
A Scalea il cielo ormai era ormai imbrunito, finalmente le vie avevano il favore del Sole per poter esibire allegramente le tradizionali luci che ogni anno abbelliscono le passeggiate degli abitanti.
I cittadini affollavano i supermercati in cerca di nuovi addobbi per la casa, e per cominciare a fare provviste per la cena di Natale.
Attraversando i vicoli del paese si potevano sentire i motivetti natalizi emessi da alcune luci più costose e ricercate; si potevano anche scorgere dall’alto delle finestre i cimali degli alberi allestiti il giorno prima dai vari padroni di casa.
Da una finestra però si scorgeva un’ombra in movimento, e la musica non era natalizia, bensì rock.
Una goccia di sudore si staccò dai capelli e scese lungo la tempia, curvando allo zigomo, per poi cadere in terra, unendosi ad altre gocce di sudore. Le sue braccia si piegavano a ritmo costante, diventando sempre più rosse e gonfie. Egli avvertiva il bruciore dell’acido lattico che invadeva i suoi muscoli ipervascolarizzati, ma era fortemente motivato, per cui non si fermava finché non avesse completato la serie.
“18…19…..20!”. Si lasciò cadere sul pavimento per riposare qualche secondo, dopodiché si sollevò ed andò a farsi una doccia. Nel frattempo il cellulare squillo due volte, la prima volta era una telefonata, la seconda un messaggio.
Dopo essersi asciugato i capelli, premette col pollice sul cellulare ed aprì il messaggio:
“Ehy figo,
ti ho telefonato prima.
Volevo dirti che stasera si esce se vuoi.
Fammi sapere ;-). Kiss“
L’idea di uscire non lo tentava particolarmente, era stanco e di quei tempi faceva piuttosto freddo per il paese.
Si ricordò però che di quei tempi il cinema doveva passare un film che attendeva da tempo, di fantascienza, così si ricompose e scrisse un sms di risposta in cui accettò.
16:29 Scritto da: coluichenarra in Incipit | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: incipit 1.3, albero bossoli | OKNOtizie |
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21/11/2009
Incipit 1.2
Nel tempo successivo al mezzodì il paese appariva deserto, mostrava nudo le fosse dell’asfalto provato dalle piogge mai riparato, e le strisce bianche consumate dal tempo e dai passi dei turisti campani che le calpestavano in centinaia d’estate.
Passeggiando per le vie si potevano sentire echeggiare dai balconi i rumori delle posate che si posavano nei piatti della gente che pranzava nelle proprie case.
Un BMW rallentò dinanzi ad un cancello in piena apertura e vi entrò. Dopo aver parcheggiato, ne uscì fuori un uomo distinto, di altezza media, dai capelli grigi e lo sguardo severo. Egli chiuse la macchina ed entrò nel portone del palazzo.
A casa c’era ad aspettarlo il figlio, con indosso gli abiti della sera prima, quando uscì al locale con gli amici; era in attesa da un’ora circa, ed aveva avuto tutto il tempo per preparare da mangiare.
Al giovane piaceva dilettarsi in cucina, soprattutto perché gli piaceva mangiare bene, e pare fosse lo stesso per il padre.
Quest’ultimo bussò alla porta proprio mentre il figlio stava scolando la pasta, il quale corse ad aprire e a salutarlo con un forte abbraccio. Il profumo del dopobarba del padre lo rassicurava, da sempre, tanto valse quella volta che cadde da un muretto piuttosto alto da bambino e si distorse la caviglia destra; pianse molto quel pomeriggio, aveva 6 anni, gli amici chiamarono il padre che venne di corsa a soccorrerlo, e non fu il suo arrivo, quanto sniffare l’odore del suo dopobarba nell’abbraccio, che tranquillizzò il povero infortunato e farlo sentire al sicuro. Questo ricordo, ancora tanto vivido nel cuore e nei legamenti della caviglia del ragazzo, desta in suo padre il ricordo di un’altra consuetudine molto simile, ovvero quando il figlio era ancora un neonato e piangeva in braccio allo zio, se questo indossava il cappotto del padre del piccolo quest’ultimo smetteva di piangere e si gettava in un abbraccio.
Gli gnocchi rotolarono nella padella e si inzupparono del pesto e delle noci tritate, provocando un rumore sibilante e scricchiolante allo stesso tempo, simile a quando si frigge qualcosa. Il polso del ragazzo armeggiava abilmente con la padella; essa ondulava e vibrava ad ogni strattone, e gli gnocchi guizzavano fuori il tegame fin quasi a toccare il suo naso, per poi esser ripresi al volo ed atterrare nel morbido sugo per poi essere serviti nei piatti a tavola.
Il padre gradì molto il gusto della ricetta ed il figlio ricambiò porgendogli del formaggio pecorino a scaglie.
Il pranzo seguì a base di salumi tipici e terminò con dell’ottima frutta di stagione.
L’odore di caffè si erse serpentesco dalla caffettiera e strisciò attraverso l’aria nel corridoio, fino ad invadere indiscretamente le altre stanze.
L’uomo estrasse da una valigia in pelle di coccodrillo un plico di carte e lo portò in cucina, poggiandolo sul tavolo.
Il ragazzo porse al centro del tavolo due tazzine di caffè ed una zuccheriera, e poi rivolse lo sguardo al primo foglio che faceva capolino da dentro il plico.
“E’ timbrato” disse.
L’uomo annuì.
“Dunque è fatta?” chiese il giovane.
“Dunque ti devi fare il culo e poi vediamo” rispose l’uomo.
“Certo, ma tu sei andato fin lì di persona..” disse il giovane, e continuò “Quindi è fatta..giusto?”.
“Non è fatta un cazzo, devi prepararti. Pensa a studiare e fare sport” controbatté l’uomo.
Il ragazzo sollevò il mento in segno di accettazione e prese il plico per posarlo tra le sue cose, ma venne fermato al polso dalla mano dell’uomo che gli sedeva di fronte.
“Sta roba resta a me” si sentì dire, così lasciò il plico e lavò le tazze, prima di tornare in stanza ed estrarre un libro dalla libreria. Sospirava convinto ed ansioso guardando la copertina.
Aprì a pagina tre, l’indice. Lesse gli argomenti di preparazione e fece il punto della situazione, poi un ultimo sguardo alla data del giorno del test, mancava poco più di un mese.
00:17 Scritto da: coluichenarra in Incipit | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: incipit 1.2, albero bossoli, albero bossoli :terzo, albero bossoli terzo, storia, racconto online | OKNOtizie |
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